Insulti social ai politici: chiedere 60.000 euro non significa ottenerli
Prima la cifra: €60.000. Poi la domanda che conta.
Nel 2026 un parlamentare ha chiesto 60.000 euro a un altro parlamentare per alcuni post ritenuti diffamatori. Il Tribunale di Taranto, con la sentenza n. 318, ha rigettato la domanda: le espressioni sono state valutate nel perimetro della critica politica.
Il caso mostra una distinzione che nei titoli si perde spesso: quella tra l'importo richiesto e il risarcimento riconosciuto. Sessantamila euro domandati, zero ottenuti in quel giudizio. La cifra iniziale misura l'intenzione di chi fa causa, non il valore che un giudice attribuisce al danno.
Per decidere, i tribunali usano criteri consolidati: la verità del fatto da cui parte la critica, l'interesse pubblico della questione e la continenza, cioè la misura delle parole usate. Tra politici il margine della critica è più ampio, perché chi ha un ruolo pubblico si espone per scelta al giudizio altrui. Questo non rende lecito ogni insulto, ma sposta la linea più in là rispetto a una lite tra privati.
Non esiste un tariffario degli insulti. Ogni causa dipende dalle parole usate, dal contesto, dalla diffusione del post e dal ruolo delle persone coinvolte. Per confrontare i casi servirebbero dati su esiti, importi, durata dei procedimenti e appelli; una statistica nazionale specifica sulle cause per contenuti social tra politici, però, non è disponibile.
Le fonti sono la massima della sentenza del Tribunale di Taranto e l'articolo 595 del codice penale sulla diffamazione, consultabile su Normattiva. Una sentenza di primo grado, inoltre, può essere impugnata: il caso racconta un giudizio, non una regola definitiva.
Fonti
- Tribunale Taranto, massima
- Normattiva art. 595 c.p.