L'82% dei rifiuti tessili arriva dopo l'acquisto: il consumatore non è l'unico colpevole
Post-consumo: 82%. Dietro il dato c’è una scelta politica.
Secondo l'Agenzia europea dell'ambiente, nel 2020 l'82% dei rifiuti tessili europei era post-consumo. Il restante 18% proveniva dalla produzione o dall'invenduto delle imprese.
A prima vista la conclusione sembra ovvia: il problema sono i nostri armadi. Più di quattro chili su cinque di rifiuti tessili nascono dopo l'acquisto, da vestiti, scarpe e tessili per la casa che smettiamo di usare. Ma attribuire quell'82% alle sole abitudini individuali sarebbe una scorciatoia.
Il consumatore sceglie dentro un'offerta decisa da altri. Prezzi bassi, qualità variabile, capi difficili da riparare e collezioni che si rinnovano molte volte all'anno spingono verso acquisti frequenti e sostituzioni rapide. Un vestito che si rovina dopo pochi lavaggi diventa rifiuto post-consumo, ma la sua breve durata è stata decisa in fabbrica.
Il dato chiede quindi politiche che agiscano su entrambi i lati. Da una parte durata, design e riparabilità dei prodotti, con regole per chi produce e vende; dall'altra raccolta, riuso e informazione per chi compra. Concentrarsi solo sul secondo lato significa chiedere ai cittadini di compensare scelte che non hanno fatto.
Le fonti sono i rapporti dell'Agenzia europea dell'ambiente sui tessili usati e sul settore tessile. Il 18% proveniente da produzione e invenduto, inoltre, merita attenzione autonoma: è la parte del problema che le imprese possono ridurre direttamente.
Fonti
- EEA used textiles
- EEA textiles