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Il 23% che tiene in piedi la musica senza possederla

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Se c’è un numero da ricordare, è 23%.

23%Acquirenti
streamingServizio

Nel 2024 il 23% degli utenti internet europei pagava per un servizio di streaming musicale. Una minoranza, ma una minoranza che sostiene buona parte dell'economia discografica: con i loro abbonamenti si finanziano cataloghi, pagamenti ai diritti e, in ultima istanza, i compensi di chi fa musica.

Quello che comprano, però, non è musica da possedere. Un abbonamento dà accesso a un catalogo finché si continua a pagare; se si smette, la collezione costruita in anni di ascolti scompare. È un cambiamento profondo rispetto a quando un disco comprato restava sullo scaffale per sempre.

Per chi ascolta il vantaggio è evidente: milioni di brani al prezzo di pochi album all'anno. Lo svantaggio è la dipendenza dalla piattaforma, che decide cosa resta nel catalogo, come vengono proposti i brani e quanto costa l'accesso. Un aumento di prezzo o la scomparsa di un album dal servizio non lasciano alternative a chi non possiede nulla.

Per gli artisti il modello pone un'altra domanda: come si distribuiscono i soldi raccolti. In molti servizi i ricavi vengono divisi in proporzione agli ascolti complessivi, e questo tende a premiare chi ha numeri molto alti. L'abbonamento di chi ascolta solo artisti di nicchia finisce in parte a quelli più popolari.

La fonte del dato è Eurostat, nelle statistiche sull'uso delle tecnologie digitali per la cultura. Il 23% dice quanti pagano; per sapere se quel denaro tiene in piedi tutta la musica o solo una parte servirebbero i dati sulla distribuzione dei ricavi.

Fonti

  • Eurostat, ICT for culture

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