Il massimo comunista e il limite che i voti non superarono
PCI: 34,37%. Dietro il dato c’è una scelta politica.
Il 34,37% raggiunto dal PCI alle politiche del 1976 fu il suo massimo storico e uno dei risultati più alti mai ottenuti da un partito comunista nell'Europa occidentale. Eppure quel risultato segnò anche il limite oltre il quale i voti, da soli, non bastavano ad arrivare.
La Democrazia Cristiana, pur calando in alcune aree, rimase davanti di oltre quattro punti a livello nazionale. Il sorpasso, atteso e temuto durante la campagna, non avvenne. Ma anche un sorpasso non avrebbe cambiato la sostanza: il PCI non aveva alleati disponibili per formare una maggioranza alternativa.
Per descrivere quella situazione il giurista Leopoldo Elia coniò l'espressione conventio ad excludendum: un accordo tacito tra gli altri partiti per tenere i comunisti fuori dal governo nazionale, qualunque fosse il loro risultato. La collocazione internazionale dell'Italia, nel pieno della guerra fredda, rendeva quel vincolo difficile da superare.
Il limite, quindi, non era aritmetico ma politico. Un partito con un terzo dei voti governava molte regioni e città, esprimeva sindaci e amministratori stimati anche dagli avversari, ma restava escluso dall'esecutivo. La distanza tra consenso elettorale e accesso al potere nazionale fu una delle anomalie più durature della Repubblica.
I dati sono quelli dell'archivio storico del Viminale. Il 34,37% va letto accanto al risultato democristiano e alla mappa delle alleanze possibili: è lì che si vede dove i voti si fermavano.
Fonti
- Ministero dell'Interno, archivio elezioni