Stipendi trasparenti: il decreto italiano entra nella prova dei dati
Se c’è un numero da ricordare, è 11,1%.
L'Italia ha recepito la direttiva europea sulla trasparenza retributiva con il decreto legislativo 7 maggio 2026, n. 96. Il provvedimento arriva prima della scadenza europea del 7 giugno e sposta il confronto dagli annunci all'attuazione.
Il problema di partenza è noto. Nel 2024 il divario retributivo orario non corretto nell'Unione era dell'11,1%. L'indicatore confronta la retribuzione oraria media di uomini e donne senza tenere conto di mansione, settore o anzianità: non misura la discriminazione a parità di lavoro, ma la distanza complessiva tra i due gruppi.
In Italia il dato salariale grezzo racconta solo una parte della storia. Il divario occupazionale di genere resta molto più ampio della media europea: molte donne non entrano proprio nel conteggio delle retribuzioni, perché non lavorano. Un divario salariale contenuto può convivere con una forte esclusione dal mercato del lavoro.
La trasparenza serve a rendere visibili le differenze dentro le singole imprese. Per valutare il decreto serviranno dati su distribuzioni salariali pubblicate, richieste di informazioni dei lavoratori, verifiche congiunte e contenziosi. Può funzionare se i dati saranno leggibili per qualifica e livello; rischia di diventare un adempimento formale se si ridurrà a medie aziendali senza denominatori.
Le fonti sono la Gazzetta Ufficiale per il D.lgs. 96/2026 ed Eurostat per il gender pay gap. Il primo anno di applicazione dirà quante imprese pubblicano davvero i dati e cosa emerge quando lo fanno.
Fonti
- Gazzetta Ufficiale
- Eurostat gender pay gap