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Antibiotico-resistenza: oltre 35.000 morti e una crisi che non fa rumore

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>35.000: una cifra utile solo se sappiamo che cosa misura.

>35.000Decessi annui
UE/SEEPerimetro

Ogni anno più di 35.000 persone muoiono nell'Unione europea, in Islanda e in Norvegia per infezioni causate da batteri resistenti agli antimicrobici. È un numero paragonabile a quello di grandi emergenze sanitarie, ma senza immagini, senza focolai e quasi senza titoli.

La cifra non descrive un singolo evento. Somma batteri diversi, Paesi diversi e contesti clinici diversi, dagli ospedali alle strutture per anziani. Proprio per questo racconta un problema strutturale: farmaci che per decenni hanno curato infezioni comuni stanno perdendo efficacia lentamente, e ogni infezione resistente diventa più difficile da trattare.

La resistenza nasce da un meccanismo biologico, ma viene accelerata dall'uso umano degli antibiotici. Prescrizioni non necessarie, terapie interrotte troppo presto e uso eccessivo negli allevamenti selezionano i batteri capaci di sopravvivere. Il bersaglio non è il paziente che usa un antibiotico quando serve, ma l'uso sbagliato che moltiplica il rischio per tutti.

Ridurre il fenomeno richiede strumenti diversi insieme: prescrizioni appropriate, prevenzione delle infezioni negli ospedali, sorveglianza dei ceppi resistenti e sviluppo di nuovi trattamenti. Quest'ultimo è il punto più fragile, perché i nuovi antibiotici sono pochi e hanno scarso interesse commerciale: devono essere usati il meno possibile per restare efficaci.

Le fonti sono i rapporti dell'ECDC sulla resistenza antimicrobica e sulla sorveglianza. Il dato da seguire nel tempo è se i decessi smettono di crescere: sarebbe il primo segnale che le politiche di contrasto funzionano.

Fonti

  • ECDC AMR
  • ECDC surveillance

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