Tornare a studiare dopo i venticinque: lo fa uno su nove
11,6%. È il numero da cui parte questa storia.
Nel 2023 l'11,6% degli italiani tra 25 e 64 anni partecipava ad attività di formazione o istruzione. Circa uno su nove. Rispetto al 2022, la quota è cresciuta di due punti.
Il dato misura la cosiddetta formazione permanente: corsi professionali, percorsi universitari intrapresi da adulti, attività di aggiornamento sul lavoro, lezioni di lingua o di informatica. È un indicatore importante perché il lavoro cambia più velocemente di quanto cambino i titoli di studio acquisiti in gioventù. Chi non si aggiorna rischia di vedere le proprie competenze perdere valore.
La crescita di due punti in un anno è significativa, ma il livello resta contenuto. Significa che otto adulti su nove, nel corso delle quattro settimane considerate dall'indagine, non partecipavano ad alcuna attività formativa. E la partecipazione non è distribuita in modo uniforme: tende a essere più alta tra chi ha già un titolo di studio elevato e un lavoro qualificato, più bassa tra chi ne avrebbe più bisogno.
È il paradosso della formazione adulta. Chi ha meno competenze e un lavoro più esposto ai cambiamenti è anche chi ha meno tempo, risorse e occasioni per formarsi. Le politiche che si limitano a offrire corsi rischiano di raggiungere soprattutto chi li avrebbe cercati comunque.
La fonte è la sezione istruzione di Noi Italia dell'ISTAT. Per valutare le politiche servirebbe scomporre l'11,6% per titolo di studio e condizione lavorativa: solo così si vede se la formazione arriva a chi ne ha più bisogno.
Fonti
- ISTAT, Noi Italia istruzione